Il futuro è dei Social Media Manager!

Se il vostro interesse verso il Social Media Marketing è aumentato nel corso di queste lezioni e se credete in un futuro da Social Media Manager, vi riporto di seguito due testi molto interessanti e attuali che analizzano  a fondo il web trend più importante degli ultimi anni e potranno servirvi da bussola strategica nella costruzione di una digital brand equity.

I testi sono:

Fare business con FacebookComunicare e promuovere con il social networking – Luca Conti, Hoepli
Social media marketing - Manuale di comunicazione aziendale 2.0 – Guido Di Fraia, Hoepli

Buono studio a tutti!

Facebook, addio Places

Ciao a tutti. Ho visto i post pubblicati e vi ringrazio per la partecipazione attiva. In relazione alla geolocalizzazione vi invito a visitare due siti di riferimento:
http://hagakure.it/facebook-addio-places
e l’immancabile:
www.casaleggio.it
che nel numero di web time del 24 novembre pubblica un articolo interessantissimo di Roberto Cobianchi: “la geolocalizzazione tra passato e futuro”
Attendo vostri commenti e ci vediamo a lezione lunedi prossimo. Vi ricordo infine che potete contattarmi digitalmente anche su Skype, ricercando l.amadio.

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Dal Mobile marketing alle Brand Experience Mobile App

Esistono varie definizioni per il concetto di Mobile Marketing: è ampiamente definito come “l’uso del mezzo mobile come mezzo di comunicazione di marketing” ma anche come “distribuzione di qualsiasi tipo di messaggio promozionale o pubblicitario al cliente attraverso le reti…”; mentre un’altra definizione suggerisce che si tratti dell’utilizzo dei media interattivi senza fili per fornire ai clienti informazioni personalizzate che promuove beni, servizi e idee, in modo da generare valore per tutti gli stakeholder”. Solo? Si può affermare che il Mobile Marketing è un insieme di pratiche che consente alle organizzazioni di comunicare e coinvolgere e interagire con il loro pubblico in maniera interattiva e pertinente attraverso qualsiasi dispositivo mobile o di rete.

Si è potuto sviluppare in un periodo di crisi finanziaria in cui alcune aziende hanno preferito ridurre i propri investimenti pubblicitari nei mezzi tradizionali, e concentrarli su mezzi innovativi che permettono di avere una relazione diretta col consumatore.

Ma è molto di più. Concentrandoci sulle ultime tendenze in atto che riguardano la diffusione dell’uso di Smartphone, IPhone, Ipad, il fenomeno presenta dinamiche interessanti, soprattutto per quanto riguarda le App. Le aziende si devono confrontare con queste nuove modalità di fare business, cogliendo sfide e opportunità offerte e cercando di intuire quale sarà l’evoluzione. Questo le ha spinte ad essere quindi presenti nel comparto App, offrendo al cliente esperienze mobili innovative che presentano caratteristiche di immediatezza, semplicità e utility.

Un esempio è iPasta di Barilla, un’applicazione per iPhone e iPad che suggerisce ogni giorno ricette e primi piatti sempre diversi consigliandoli per: prezzo, velocità, livello di difficoltà, e Regione.

Con una semplice App l’azienda prima di tutto rafforza il suo brand, fidelizza la clientela ma soprattutto conquista nuovi prospect.

Le App riescono inoltre a portare l’esperienza di acquisto on-line, danno vita a un legame inscindibile tra mondo on-line e off-line di vendita e creano un coinvolgimento e una relazione con la marca.

Converse ha risolto uno dei più grandi ostacoli della vendita di abbigliamento sul web: l’ansia di consumo. L’app “Sampler” per iPhone dà al consumatore la possibilità di provare un nuovo paio di scarpe da ginnastica nel mondo virtuale. La videocamera su iPhone cattura una immagine dal vivo dei piedi, mentre l’applicazione sovrappone lo stile scelto di scarpe da ginnastica sul display, dando l’apparenza che il consumatore indossa le scarpe. I consumatori possono provare un paio di scarpe senza mai entrare in un negozio di Converse.


Spesso le Brand Experience Mobile App sono dei videogiochi che permettono all’utente di vivere il prodotto prima ancora di averlo vissuto. Altre volte, invece, vengono rilasciate applicazioni più sofisticate.


Quindi esiste la reale opportunità per i brand di sviluppare una nuova generazione di esperienze per i clienti, di costruire una profonda, coinvolgente relazione a lungo termine con i propri clienti attraverso la telefonia mobile.

L’uso di App che coinvolgono l’identità del brand, portano il consumatore a vivere il prodotto in prima persona.

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Only 5% companies respond to their fans

If you ask about something on fanpage – how often they can respond to you? I’m talking about the owners of fanpage. If they respond to you minimum once, you’re in minority.

Most of the owners of fanpages don’t understand idea of creating this sites in social media. About 95% fan’s posts in brand’s fanpages are without any answer! This is research of Socialbakers, about which write people from Econsultancy.

Mostly, companies respond from telecomunication brand and air lines – 26% and 18%. Companies from MEDIA don’t communicate with fans at all – only 1 %. In the middle we can find retail trade, alcohol, fashion, electronics. Average looks, however, extremely low - only 5% of posts of fans is the answer.


It means, that majority of companies which have fanpage on Facebook or another social networking sites don’t have any idea about politic in social media. Communication must be bilateral, not unilateral. For the posts is a must respond, at least for most of them.

Otherwise conduct fanpage’a not make much sense, because instead of growing group of satisfied fans, we have growing group of frustrated fans.

By the way, do you know which fanpages have the most engage fans?

1. Sony Ericsson -> 5,6 mln people like it and 105 000 of them wrote comment or liked some posts in last month.
2. Walmart -> 9 mln fans like it and 100 000 fans were engaged in fanpage.
3. Redbull -> 22 mln and 85 000 engaged.

Suprise! The most famous fanpage on Facebook belogns to Coca-Cola – 34 mln persons like this fanpage, but only 56 000 of them were engaged in commenting last month.

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The Making Of Gucci.

Celebrazione del 90esimo anniversario di Gucci e apertura del Museo Gucci a Firenze.

Gucci: The Making Of è un approfondito tributo al patrimonio storico e all’influenza dell’iconica maison di lusso italiana, il cui nome attraverso questi 90 anni è diventato sinonimo di artigianalità, made in Italy e autorevolezza nel mondo della moda e del lusso.

Il libro, di 384 pagine, è una ricca composizione di 52 saggi inediti e oltre 700 immagini, alcune delle qualimai pubblicate prima, che narrano le origini, l’identità, l’artigianalità e l’innovazione che caratterizzano il marchio Gucci.

Ampio spazio è dedicato ai temi iconici che hanno contribuito a determinare l’influenza di Gucci non solo nel mondo della moda, ma anche nella società, inclusi i simboli storici del marchio – il nastro verde-rosso-verde, il morsetto, il motivo Flora, la borse Bamboo e Jackie e il mocassino – e le radici di Gucci – il fondatore Guccio Gucci e Firenze, la sua città natale.

Curato dal Direttore Creativo di Gucci, Frida Giannini, con saggi e contributi di autori quali Katie Grand, Peter Arnell, Rula Jebreal, Christopher Breward e Stefano Micelli, Gucci: The Making Of è un dinamico resoconto del rinomatissimo brand che diventerà un must di questa stagione per chiunque sia appassionato di moda e abbia interesse per la cultura contemporanea.

A consolidamento della continua collaborazione con UNICEF e in occasione della pubblicazione dell’edizione di lusso, Gucci donerà 250.000 dollari a sostegno delle iniziative UNICEF “Schools for Africa”.
(Notizia Ansa del 15 Novembre)

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Un uomo, un Brand.


Tra feste e monetine, che lo si osanni o critichi, il leader del PDL [ormai “Ex premier” nella giornata odierna] è un Brand. E proprio nel giorno più difficile della sua lunga carriera politica campeggiava in tutte le testate giornalistiche nazionali. Con immagini satiriche, oggettive e/o descrittive la faccia di Silvio Berlusconi inondava, e inonda, le nostre case. Nonostante già questi numeri siano impressionati per una democrazia, è il web a dare la misura della vera potenza del brand Berlusconi: solo nella giornata del 8 Novembre sono stati pubblicati o ripresi o rilanciati circa 800 articoli. Googolando “Berlusconi” però il risultato è impressionante: 1 miliardo di risultati. Numeri da Rock star.
Brand talmente consolidato e ingombrante che, nel pieno delle polemiche verso il premier, sparisce, addirittura, dai manifesti dei candidati Pdl nelle elezioni regionali nel Molise.
Non solo l’Italia conosce il brand in questione, infatti in Argentina un Bar (“di dubbio gusto” come lo definisce Bruzzese in una lettere al sindaco di Rosario)cambia gestione e nome. E’ così che “Palacio Berlusconi” diventa uno dei locali più famosi al mondo.
Ed ora cosa succederà al Brand Berlusconi? Attenzione a non fare la fine della Onix.

Il brand ai tempi del social: condividere ad ogni costo.

Reale obiettivo di marketing, frutto strategico di una filosofia aziendale “consumer oriented“, o frutto di un megatrend in cui ogni azienda si lancia affannosamente alla rincorsa di un “digital status symbol“?

Che cosa significa oggi essere un Social brand e quali sono le best practice che permettono alle aziende di creare marche realmente sociali? La risposta non è affatto semplice ma è certo che la stragrande maggioranza delle aziende, alla ricerca del proprio “social role“, crede sempre di più nel potere “aggregativo” dei social media, social network in primis, e dichiara di avere una strategia social.

Non molti anni fa avere un sito internet che riportasse generiche informazioni sul business societario e un contatto telefonico (in rari caso anche un indirizzo e-mail) era sufficiente a rendere un’impresa digitalmente all’avanguardia. Successivamente la mera vetrina digitale non bastò più e le aziende furono costrette a migliorare i contenuti pubblicati, a renderli moderatamente interattivi e ad aggiornarli con una certa rapidità affinché potessero essere considerati interessanti dai pochi internauti esistenti, veri e propri pionieri della navigazione web. Sembrerà strano ma lo schema, pur con qualche modifica, ha funzionato per anni in quella che definirei la “pre-social media era“.

Poi arrivarono i Social Media e tutto cambiò. Gli utenti web sono diventati nel giro di pochi anni centinaia di milioni e i social media diedero vita a ciò che possiamo considerare la fonte dell’universalità del web: la condivisione. La condivisione sancì definitivamente la vittoria della socializzazione sull’individualismo e ben presto i brand, da sempre vissuti in un aurea di distacco e irraggiungibilità, furono costretti a scendere tra noi consumatori e, cosa ancor più importante, ad adeguarsi a noi consumatori.

A distanza di qualche anno, ogni brand che si rispetti cerca quotidianamente il contatto con i propri utenti sviluppando con questi ultimi legami significativi basati sulla condivisione di passioni comuni. Creare un legame per così dire “emotivo” con i propri clienti comporta da parte delle aziende un sincero interesse per le opinioni da questi espresse e una capacità di ascolto dei loro feedback che può sostanziarsi nel mettere in opera i suggerimenti recepiti. Non è infrequente il caso di aziende digitalmente evolute le quali, nel nome della propria “digital brand reputation” e nel rispetto dei feedback dei propri consumatori, apportano modifiche funzionali ai propri prodotti.

Questo perché un eccellente livello di socialità dipende dalla capacità delle aziende di mantenersi coerenti nel tempo e nel comunicare agli utenti una identità di marca univoca attraverso tutti i canali. Potremmo tradurre il tutto in un’unica locuzione: “customer engagement. Le aziende mirano a creare attenzione e interesse verso i propri brand con l’obiettivo di dar vita a “marche partecipate“, ovvero marche che condividono stile mentale e culturale con i propri consumatori.

Tutto ciò apre le porte anche ad aspetti negativi. Il rischio maggiore per l’azienda che punta al social è, paradossalmente, lo stesso “engagement” degli utenti, considerato obiettivo principe di ogni strategia di social media marketing. Ciò perché gli utenti, così come condividono le passioni che li legano alla marca, non esitano a condividere le esperienze negative e le proprie titubanze nei confronti della stessa marca a cui sono affezionati.

Ciò implica, in maniera inequivocabile, un’attenta strategia e gestione del brand on line. Pertanto, portare avanti una corretta politica di digital branding non significa semplicemente traslare la “brand essence” negli ultimi ritrovati tecnologici ma significa mappare attentamente le opportunità offerte dalla tecnologia selezionando quelle che fanno al caso nostro. Solo attraverso la definizione di precisi obiettivi di business  e di un orientamento chiaro, frutto dei valori di marca, è possibile apportare reale valore alla propria brand community e aumentare in positivo il numero e la qualità delle conversazioni in rete relative alla marca.

In conclusione, possiamo certamente affermare che il futuro social dei brand si giocherà sempre più sulla creazione dei contenuti, gli autentici motori del “customer engagement”. La qualità e l’originalità dei contenuti e la capacità delle aziende di tararli sui propri consuamtori-utenti sarà l’ago della bilancia che decreterà la differenza tra un brand e un social brand con tutto ciò che ne comporta in termini di “customer lifetime value“.

Digital Impact

Come definire una strategia che permetta di ottenere il massimo risultato possibile dalle attività di marketing online? Come creare contenuti che attraggano gli utenti e li tengano legati al brand aziendale?
Vi consiglio di visitare l’illuminante sito
http://www.casaleggio.it/
e leggere la recensione di Mario Bucchich sul libro:
Digital Impact

BRESSON

Henri Cartier-Bresson: Non solo Foto!


Probabilmente un articolo che esce dai temi principali del Brand Management ma comunque degno di nota in quanto presente nella nostra città.

Presentata in anteprima alla stampa lo scorso 3 novembre dal sindaco Maurizio Brucchi e dal direttore artistico de L’ARCA Umberto Palestini, la mostra “Henri Cartier-Bresson. La tentazione del disegno” è realizzata in collaborazione con l’Accademia Raffaello di Urbino e la Fondazione Cartier-Bresson di Parigi, con testi in catalogo a cura di Luca Cesari, Bertrand Marret e Umberto Palestini, e un intervento del poeta francese Yves Bonnefoy.

L’esposizione, già presentata presso la Casa Natale di Raffaello ad Urbino (3 settembre – 11 ottobre 2011) e ritenuta un evento eccezionale per il nostro Paese rispetto alla più nota opera di diffusione della produzione fotografica dell’artista, comprende un’inedita selezione di disegni di Cartier-Bresson, allestiti secondo un’ottica tradizionale e con l’ausilio di pannelli didattici.

In mostra circa trenta lavori su carta dell’artista – si tratta in prevalenza di litografie e opere a grafite – unitamente ad un gruppo di foto di famiglia offerte dal nipote Bertrand Marret, in cui Cartier-Bresson è ritratto negli anni dell’infanzia e della prima giovinezza.

In apertura, anche tre scatti realizzati nel 1976 da Martine Franck, fotografa francese e compagna dell’artista per trentaquattro anni, che mostrano il maestro intento al disegno tra gli scheletri di colossali animali preistorici nel Museo di Storia Naturale di Parigi.

Che la creatività di Henri Cartier-Bresson, considerato tra i massimi fotografi del ‘900, abbia abbracciato, oltre alla fotografia, la pittura e il disegno, e che in particolare quest’ultimo sia diventato l’esercizio principale nell’arco finale della sua vita, è certo noto a cultori e critici, ma forse non al grande pubblico.

Fotografia e disegno possiedono quindi per Cartier-Bresson caratteri diversi: la prima esprime “un’azione immediata”, il secondo è “una meditazione”. A fare da ‘trait d’union’ tra i due linguaggi, momenti paralleli di un percorso unitario e organico, è l’uso del bianco e nero, prediletto dall’artista sia nelle famose immagini fotografiche che nei suoi meno celebri disegni, e che ritroviamo con un’unica eccezione – una veduta di Roma da Villa Medici – anche nella mostra teramana, simbolicamente siglata dall’intenso “Autoritratto dedicato a Martine”.

(Su You Tube L’intervista a Brucchi http://www.youtube.com/watch?v=w933TqVPJaE&feature=related )