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BRESSON

Henri Cartier-Bresson: Non solo Foto!


Probabilmente un articolo che esce dai temi principali del Brand Management ma comunque degno di nota in quanto presente nella nostra città.

Presentata in anteprima alla stampa lo scorso 3 novembre dal sindaco Maurizio Brucchi e dal direttore artistico de L’ARCA Umberto Palestini, la mostra “Henri Cartier-Bresson. La tentazione del disegno” è realizzata in collaborazione con l’Accademia Raffaello di Urbino e la Fondazione Cartier-Bresson di Parigi, con testi in catalogo a cura di Luca Cesari, Bertrand Marret e Umberto Palestini, e un intervento del poeta francese Yves Bonnefoy.

L’esposizione, già presentata presso la Casa Natale di Raffaello ad Urbino (3 settembre – 11 ottobre 2011) e ritenuta un evento eccezionale per il nostro Paese rispetto alla più nota opera di diffusione della produzione fotografica dell’artista, comprende un’inedita selezione di disegni di Cartier-Bresson, allestiti secondo un’ottica tradizionale e con l’ausilio di pannelli didattici.

In mostra circa trenta lavori su carta dell’artista – si tratta in prevalenza di litografie e opere a grafite – unitamente ad un gruppo di foto di famiglia offerte dal nipote Bertrand Marret, in cui Cartier-Bresson è ritratto negli anni dell’infanzia e della prima giovinezza.

In apertura, anche tre scatti realizzati nel 1976 da Martine Franck, fotografa francese e compagna dell’artista per trentaquattro anni, che mostrano il maestro intento al disegno tra gli scheletri di colossali animali preistorici nel Museo di Storia Naturale di Parigi.

Che la creatività di Henri Cartier-Bresson, considerato tra i massimi fotografi del ‘900, abbia abbracciato, oltre alla fotografia, la pittura e il disegno, e che in particolare quest’ultimo sia diventato l’esercizio principale nell’arco finale della sua vita, è certo noto a cultori e critici, ma forse non al grande pubblico.

Fotografia e disegno possiedono quindi per Cartier-Bresson caratteri diversi: la prima esprime “un’azione immediata”, il secondo è “una meditazione”. A fare da ‘trait d’union’ tra i due linguaggi, momenti paralleli di un percorso unitario e organico, è l’uso del bianco e nero, prediletto dall’artista sia nelle famose immagini fotografiche che nei suoi meno celebri disegni, e che ritroviamo con un’unica eccezione – una veduta di Roma da Villa Medici – anche nella mostra teramana, simbolicamente siglata dall’intenso “Autoritratto dedicato a Martine”.

(Su You Tube L’intervista a Brucchi http://www.youtube.com/watch?v=w933TqVPJaE&feature=related )