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Spotted University: l’università diventa territorio di caccia

E’ l’ultimissima moda del web, nata in Inghilterra e diffusasi a macchia d’olio in ogni paese occidentalizzato. Si chiamano Spotted (“avvistato”) e sono pagine web in cui gli studenti di uno stesso polo universitario possono postare, sotto anonimato, messaggi riguardo la loro fiamma segreta oppure commenti sui colleghi studenti.

 

L’idea nasce all’interno della biblioteca della UCL (University College London) in cui, uno studente di informatica, ha dato vita a un sito di microblogging in cui commentare tutte le ragazze avvistate. Il sito, che si chiamava FitFinder, ha avuto un seguito non indifferente nei mesi successivi ma i numerosi richiami e le lamentele hanno portato alla sua chiusura. L’idea però è rimasta ed è approdata su Facebook dove stanno proliferando migliaia di pagine Spotted.
Un’attività goliardica che non manca di lati negativi, la pagina della York University ha dovuto chiudere per i commenti al limite del bullismo. Bisogna quindi stare molto attenti a cosa pubblicare e non perdere di vista lo scopo ultimo di queste pagine, socializzare e divertirsi.

E voi, di quale Spotted University siete? Chi avete avvistato oggi?

Angela Pace
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L’Italia e il digital

Quanto tempo e dedizione dedichiamo alla rete?

Com’è il rapporto tra gli italiani e il web? Ottimo direi: se pensiamo che otto italiani su dieci sono abitualmente collegati all’interno del circuito interattivo, con una maggioranza di persone di sesso maschile, la questione di Internet in Italia si fa ancora più marcata.
La gran parte delle famiglie italiane è connessa abitualmente con il proprio pc fisso, mentre il luogo preferito per intraprendere una modalità di connessione è il luogo domestico. Imprenditori, impiegati, persone con elevato grado di istruzione sono le categorie di persone che fanno più uso del web, in particolar modo per intraprendere ricerche empiriche. Avanti a tutto web!!!!!
Daniele O.

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Come finanziarsi in rete: il crowdfunding

Il crowdfunding è un fenomeno che, al contrario di quanto si possa pensare, non nasce in epoca recentissima. La prima apparizione sulla rete, infatti, risale al 1997 quando un gruppo rock inglese, i Marillion, riesce a finanziare, interamente, il proprio tour negli States grazie ad una piattaforma Internet basata sul sostegno dei fan. Ma andiamo per ordine e cerchiamo di capire in che cosa consiste questa pratica.

Definito come un “processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizzano il proprio denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone ed organizzazioni”, di conseguenza “le piattaforme di crowdfunding sono dunque dei siti che facilitano l’incontro tra la domanda di finanziamenti da parte di chi promuove dei progetti e l’offerta di denaro da parte degli utenti“.

E’ un fenomeno al quale si può ricorrere per i motivi più svariati: dalla raccolta fondi per beneficenza all’autofinanziamento (come nel caso dei Marillion), dal sostegno umanitario fino alla ricerca. Dati i diversi obiettivi esistono, come si può ben immaginare, differenti tipologie di campagne di raccolta dei fondi, ci si trova così di fronte a campagne generaliste, tematiche o specializzate. 

Passando alla pratica, possiamo considerare come esempi di ‘raccolta fondi online’ la decisione di Wikipedia di restare gratuita e finanziarsi tramite le donazioni dei propri utenti (strategia che si è rivelata vincente dato che l’enciclopedia libera ha raccolto più di 6,5 miliardi!), la campagna elettorale di Barac Obama, anch’essa sostenuta interamente dagli aiuti economici de suoi fautori politici, e il tentativo del Louvre di raccogliere una somma di denaro utile per acquistare un’opera d’arte di inestimabile valore.

E in Italia? La prima piattaforma di crowdfunding è nata nel 2005 e risponde al nome di Produzioni dal Basso, si tratta di un’applicazione gratuita e indipendente. L’esempio più eclatante è dato però da Kapipal, una piattaforma italiana attiva a livello internazionale, la prima ad avere un manifesto. Alberto Falossi, il suo creatore è stato, infatti, il primo a definire le linee guida del crowdfunding, riuscendoli a raccogliere in 5 principi fondamentali.

Bisogno anche voi di liquidità? Avete l’imbarazzo della scelta! Potete scegliere tra siti come: Kapipal, Produzioni dal Basso, EppelaShinyNote, BuonaCausa e molti altri.

Arriva Google Currents, la nuova app di Google

Disponibile in Google Play e App Store e compatibile con dispositivi Android e iOs, la nuova Google Currents è da oggi disponibile anche in Italia. La nuova app permette agli utenti di sfogliare riviste e leggere in versione integrale articoli e altri contenuti realizzati dai principali editori internazionali. 





L’app è disponibile oggi in 46 lingue e si avvale di Google Translate, rendendo accessibili anche articoli scritti in altre lingue. Google Currents è utilizzabile sia in modalità online sia offline e permette di visualizzare lo stream di Google+ e i contenuti di Google Reader, oltre che attivare feed RSS, video e foto feed. Non manca poi la possibilità di filtrare gli articoli in base alle proprie esigenze/preferenze tramite la funzione Trends

Al momento le testate italiane fruibili sono Adnkronos, Class Editori, Il Secolo XIX, Il Sole 24 Ore, La Stampa, MonRif e SportNetwork. Mentre tra quelle internazionali già presenti sulla piattaforma troviamo ABC News, The Guardian UK e l’immancabile Financial Times. 

Non ci resta che augurarvi una buona lettura!!





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La brand awareness

Il concetto di brand awareness fa riferimento alla riconoscibilità della marca da parte dei consumatori e la capacità di questi di associarla ad un determinato prodotto, che in alcuni casi si identifica con l’impresa stessa.

La marca ricopre innanzitutto un ruolo identificativo che nel tempo si è trasformato in necessità di differenziazione. Distinguersi ed essere riconoscibili diventa in tal modo una priorità assoluta per le aziende, sviluppando così il valore della marca e un degno livello di awareness presso il consumatore.

La costruzione della brand awareness pone in rilievo l’identità e l’immagine della marca e i vari canali promozionali, dalla pubblicità alle pubbliche relazioni, ed è anche strettamente collegata al concetto di marketing esperienziale di cui abbiamo già parlato (vedi post http://digitalbrandunite.it/?p=144), in quanto l’esperienza vissuta favorisce la memorizzazione, nonché la possibilità di guadagnare il miglior posto nella mente del consumatore.

Inoltre, la sempre maggior esposizione degli utenti ad Internet ha portato alla considerazione di questa nuova strategia di costruzione del riconoscimento, imponendo alle aziende la capacità di riuscire ad applicare questi fattori sul web attraverso le campagne pubblicitarie, magari con dei banner che espongono continuamente sotto gli occhi del destinatario il logo di una determinata azienda, spingendolo a svolgere un collegamento con il relativo prodotto.

Nello specifico si fa riferimento ai social media che possono contribuire cospicuamente all’aumento delle vendite, creando delle relazioni interattive tra il cliente e l’azienda, in modo da presentargli il marchio, fargli conoscere i processi di realizzazione dei prodotti, tenerlo aggiornato sulle novità, insomma fidelizzarlo.

Nonostante ciò, sono ancora pochissime le aziende che fanno affidamento a questo potente sistema di comunicazione, seppur si tratta della miglior strada in assoluto da intraprendere.

Francesca S.

Piccoli “digitali” crescono… anche in Italia!

La utilizziamo per informarci, la utilizziamo per approfondire, la utilizziamo per comunicare, la utilizziamo per confrontare, la utilizziamo per comprare, la utilizziamo per viaggiare, la utilizziamo per vedere, la utilizziamo per ascoltare musica, in pratica, a parte i bisogni fisici primari, la utilizziamo per qualsiasi cosa.

É la rete, o meglio, Internet, uno strumento divenuto irrinunciabile per chiunque di noi voglia far parte attivamente del cambiamento che ha inondato e sta dominando il nostro tempo. Esserne fuori equivale ad una forma di emarginazione piuttosto seria da una società costituita prevalentemente da internauti che utilizzano il web come una bussola per navigare nella propria quotidianità.

La cosa vale anche per le ormai smaliziate aziende nostrane, le quali hanno imparato ad occupare specifiche caselline digitali in cui incontrano i propri “e-consumer” e interagiscono con loro al fine di fidelizzarli al di fuori del tradizionale punto vendita.

É infatti notizia recente che ormai il 61% delle imprese italiane ha un proprio sito web. Notizia importante per un paese arretrato come il nostro dal punto di vista dell’utilizzo interattivo del web da parte delle imprese, pur se ci si attesta ancora ad 8 punti percentuali di distanza da una media europea pari al 69%.

Secondo il Corriere Informazione.it le aziende italiane che vendono esclusivamente on line, nell’arco di un anno, sono aumentate del 21,6% per un totale complessivo pari a 8.280 aziende attive nell’e-commerce. Un dato confortante in termini di crescita percentuale anche se ancora estremamente esiguo in valore assoluto.

Alla luce di questa analisi evidentemente quantitativa sarebbe interessante condurne una di tipo qualitativo per valutare la caratura – in termini di struttura del sito, di semplicità d’uso, di funzionalità, di efficienza dello shop on line, di possibilità di interazione con i consumatori, di costruzione di spazi di relazione e di fidelizzazione dei clienti, etc. – della “presenza on line” delle nostre imprese.

Se non altro, rispetto a qualche anno fa, essere on line per le aziende italiane non significa semplicemente rispondere “presente” al pressante appello dei pionieri dell’innovazione ma, contrariamente, ha assunto un significato importante (spesso, oserei dire, preponderante) nelle strategie di (digital) branding di ogni marca che si rispetti.